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Sulla fotografia di matrimonio

Silvia Bigi

 

 

Devo essere sincera. Quando ho cominciato a fare fotografia di matrimonio, l'ho fatto esclusivamente per pagare l'affitto. Credevo (come molti) che fosse lo scalino basso del professionista fotografo. Che fosse un ripiego, in attesa di qualcosa di meglio.

 

Dopo alcuni anni la mia percezione è cambiata radicalmente. L'incipit del mutamento è stata una frase detta da mia cugina Fanélie, quando mi trovavo in Francia per fotografare il matrimonio di una sua cara amica. Mi ha domandato: 'ti rendi conto del grande onore che è essere fotografa di questi matrimoni? Un giorno i loro nipoti, e un giorno anche i nipoti dei nipoti, guarderanno quelle fotografie. Fai qualcosa che rimarrà per sempre.' In autunno io e Elisa abbiamo parlato ampiamente della fotografia di famiglia al laboratorio Prove di esistenza. Questo progetto mi ha cambiata profondamente. La fotografia di matrimonio è una scuola a cielo aperto che mi ha permesso di comprendere il suo vero significato: non una cerimonia, non un evento, non una tappa obbligata. Piano piano si è delineato tutto.

 

Il matrimonio è ancora, nonostante sempre più omologato e frainteso, un rito di passaggio della vita. Una vera e propria iniziazione, un momento in cui due unità non smettono di essere due, ma diventano tre. Io, te, noi. Quel giorno rappresenta la celebrazione di una nascita. Famiglia per me ora significa questo: sentire sotto i piedi formarsi le proprie radici. Sentirsi viaggiatori senza smania di partire. Sentire che l'altra persona non tanto ci completa - completi lo siamo già - piuttosto diventa per noi lo specchio che ci permette di vedere ciò che siamo passo dopo passo. E se questo specchio è lì per noi, è per riflettere le cose migliori (e qualche volta le peggiori). Una persona con cui non sentirsi imprigionati, al cui fianco non sentire venir meno la libertà, ma al contrario, sentire la libertà moltiplicarsi esponenzialmente, sentire che libertà è scegliere, ogni giorno, di esserle accanto.

 

Ed è così che il mio fare fotografia di matrimonio è profondamente cambiato. Ero io, il mio sguardo, la mia visione, la mia sensibilità, ad accompagnare e custodire i ricordi di quella coppia. Ero io quella custode. Ero io la testimone di un qualcosa che stava realizzandosi sotto i miei occhi. Nonostante l'organizzazione di un matrimonio spesso faccia dimenticare, nascondendolo sotto le macerie, questa profonda verità, l'ho sempre ritrovata in un qualche istante di quella giornata. A un certo punto anche loro lo sentono. Si rendono conto della fortuna che hanno avuto ad incontrarsi. Si rendono conto di essere circondati da persone che li amano, e che sono lì per onorarli. Si rendono conto che nonostante il nostro mondo ci porti ogni giorno più lontani dai ritmi biologici e da un ascolto profondo dei nostri bisogni primordiali autentici, ci sono cose che non vengono spazzate via, perché elementi fondanti dell'essere umano. Oscar Wilde diceva che felicità non é avere tutto ciò che si desidera, ma desiderare tutto ciò che si ha. Smettere di guardare lontano, finalmente accorgersi di avere un proprio scrigno invisibile ai più, per questo raro dono.