DI PADRE IN FIGLIO

Ho iniziato a stare nella bottega da barbiere di mio papà dopo le scuole medie, era il 1974. Volevo imparare il “mestiere” per poi andare a scuola e completare la mia formazione. In quell’epoca era cosa abbastanza consueta che i padri iniziassero ad occuparsi personalmente dei figli solo all’inizio dell’adolescenza. Nell’infanzia mio padre alla sua maniera mi era vicino, ma una relazione piena e cosciente con lui l’ho avuta solo negli anni di lavoro insieme: tre anni circa, poi si è ammalato e ha lasciato a me la gestione del negozio. Qualche anno dopo è venuto a mancare. Sono passati trentanove anni dalla sua morte e il ricordo di quei momenti è ormai lontano.

Eppure se io faccio il barbiere (mi piace definirmi così) lo devo proprio a lui e a quel suo ultimo pettine bianco, usurato dal battito delle forbici e al suo rasoio, che conservo insieme a tutti gli altri suoi attrezzi. I miei strumenti sono più moderni e funzionali, è vero, ma nel poco tempo in cui abbiamo potuto lavorare insieme ha fatto di tutto per trasmettermi il suo sapere. È nell’incontro fra i miei oggetti e i suoi che ho ricercato quel legame, quella vicinanza durata pochi anni, che pure ha lasciato un eco profondo.