Furtòna ch'esèst murì 

(fortuna che esiste morire)

 

Dopo avere raggiunto l’età della pensione mi sono reso conto che la prossima tappa non sarà un nuovo lavoro, una laurea, dei figli. Sarà la mia fine. O comunque la fine di un ciclo, quello vitale. Ovviamente spero che ciò accada il più tardi e nel modo meno doloroso possibile. Eppure continuo a chiedermi che cosa farei se sapessi di avere sole poche ore di vita, cosa proverei, quali sarebbero le ultime cose che vorrei fare, chi vorrei vedere, che cosa vorrei lasciare come mia eredità. Mia nonna mi ripeteva sempre: “Furtòna ch'esèst murì”, fortuna che esiste morire: lo diceva con ironia, ma voleva comunicare quanto i grandi e piccoli cambiamenti sociali e tecnologici divenissero incomprensibili e insopportabili con l’avanzare dell’età.  Rispetto a quei tempi, oggi si insegue l’eterna giovinezza, si rinnegano l’invecchiamento e l’avanzare ineluttabile del tempo, si vive cercando di non pensare, nel tentativo di scongiurare la morte. 

 

Avendo svolto la professione di medico ed essendo pienamente consapevole delle implicazioni biologiche e culturali della morte, ho deciso di compiere un viaggio all’interno di me stesso in cerca di risposte. Sono emersi sentimenti di paura e disperazione, condizionamenti religiosi, angoscia per un futuro incerto per coloro che rimangono e la necessità di perdonarsi per le piccole e grandi mancanze. La famiglia, le amicizie e la speranza in una rigenerazione ed evoluzione della specie umana sono i principali elementi attorno a cui ruotavano i miei pensieri. In particolare, la speranza riposta nei figli e nel loro futuro: l’idea che gli insegnamenti e i valori che lascerò leniranno il dolore dell’inevitabile distacco. 

 

Sembra impossibile che tutto finisca avvolto in un bagliore. Forse per questo mi piace pensare che la nostra luce stia viaggiando nello spazio, portandosi dietro la nostra storia.