© 2018 Percorsi Foto-sensibili di Silvia Bigi

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Perché Lilith

 

Come sempre quando qualcosa di nuovo si presenta, tutto ciò che è ordinario e consolidato rigetta le nuove forme di pensiero. E come se non bastasse, quando lo si fa in una piccola città, dove gli equilibri sono ben delineati e ognuno, ogni cosa, ha da tempo trovato il proprio posto, l’effetto è esponenziale. 

 

Ci sono persone che trovano spazio in un gruppo, in un luogo pre-esistente, in una realtà in cui si riconosce. Ci sono persone per cui ogni spazio risulta angusto, ogni luogo inadatto, ogni realtà come un vestito di una taglia errata. Questa seconda categoria di persone in genere passa molto tempo a scandagliare ognuno di questi luoghi, alla ricerca del “vestito perfetto”, e più insiste, più sente la sua inadeguatezza, la sua non appartenenza, il suo non essere conforme. Questo li fa soffrire notevolmente, perché - fino a prova contraria - l’uomo è un animale sociale, e come tale sente la necessità di appartenere, di condividere, di fare propri valori altrui, di ricevere approvazione e consenso dai suoi simili. Soffrono fino al momento in cui si rendono conto che non è lui/lei ad essere inadeguato a quegli spazi che ha sperimentato uno ad uno, ma che sono piuttosto gli spazi sperimentati a non essere fatti su misura per lui/lei. In quel momento ha due opzioni: chiudersi nel totale solipsismo o creare il suo spazio, l’abito di giusta misura, che a sua volta potrà vestire altre persone, finché entrerà a tutto diritto, non senza notevole sforzo, nel collettivo. 

 

E’ incredibile come in questa prima fase si creino fazioni diverse. Gli entusiasti, che sentono finalmente nascere qualcosa di nuovo, più simile a loro. I resistenti, che possono mascherarsi da indifferenti o ancor peggio da calunniatori. Non sanno nulla di quella nuova realtà, semplicemente la rigettano, pur non avendola nemmeno attraversata. Totalmente e esclusivamente a priori. E perché mai? Perché la realtà in cui siamo nati, cresciuti, educati, non ci ha resi flessibili al cambiamento. E nemmeno ci ha dato strumenti per l’ascolto, senza giudizio, dell’altro. Ci ha resi piuttosto rigidi e contratti, diffidenti e amareggiati, cinici nei confronti di tutto ciò che non capiamo. Riluttanti nei confronti di ciò che sfugge al nostro controllo. 

 

Perché Lilith? 

 

Quando sono tornata a Ravenna, dopo anni di studi ed esperienze, sono entrata in un profondo stato di disagio e frustrazione. Mi chiedevo cosa ci facessi di nuovo qui, ogni minuto passato nella città della mia infanzia mi sembrava segnare un enorme passo indietro per il mio sviluppo personale. Giudicavo questa città. Giudicavo i suoi abitanti. Desideravo prendere il primo aereo, scappare. Tornare dove potevo trovare persone affini, dove la lotta sarebbe stata meno evidente. Perché in fondo, dentro di me, ho sempre saputo di essere una dissidente. Ho sempre saputo che qualsiasi cosa avessi scelto per me e per il mio futuro l’avrei fatta fino in fondo, senza fermarmi di fronte agli ostacoli e alle persone che avrebbero cercato di impedirmelo. Qualcosa però, mi ha trattenuta dal partire. 

 

Scappare, costruirsi fuori, generarsi nuovi ogni giorno, senza particolari problemi, senza fardelli. Contro il restare, affrontare le proprie paure, le proprie insicurezze. Affrontare chi è diverso ( e forse non così tanto) da te. Ho capito il perché di Lilith mesi dopo l’inaugurazione. Un giorno, camminando per la città, ho visto una locandina di un mio laboratorio. Ho immaginato cosa sarebbe successo se lo avessi visto 7 anni fa, dopo la mia laurea. Avrei voluto partecipare. Se lo avessi fatto, avrei probabilmente conosciuto persone come me, in cerca di qualcosa. Avrei condiviso una passione, sarei cresciuta, avrei sviluppato rapidamente il mio lato creativo e mi sarei data da fare per acquisire parallelamente la tecnica. A quel punto mi sarei resa conto di essere brava, e avrei deciso che nella vita volevo occuparmi di fotografia, e a mia grande sorpresa, anche di insegnare. Non importa quale sia stato il mio percorso, che cosa abbia fatto per essere arrivata qui. Con Lilith ho chiuso un cerchio, ho fatto un regalo alla me stessa di qualche tempo fa. La verità è che ogni volta che realizzo qualcosa all’interno di Lilith, lo faccio per quella ragazza che stava per scegliere. Ricordo ancora la mia disperazione, e ricordo mia madre sorridere e dirmi: “non sai quanto sorriderai un giorno anche tu, ripensandoti smarrita, e con tutto il futuro davanti…”. Aveva ragione, sorrido sempre pensando a quel momento. 

 

Ho creato qualcosa che avrei voluto ci fosse nella mia città. Anziché lamentarmi della sua assenza, anziché fuggire, sono rimasta. Un unico frammento. E’ con frammenti, piccole tessere, che qui si sono delineati i volti degli imperatori. Sviluppo e progetto ogni giorno a testa alta, e non mi abbatto, nonostante gli ostacoli siano tanti. Nonostante ci siano intorno a me occhi diffidenti, individui chiusi in una realtà autoreferenziale, di cui sono loro stessi gli unici prigionieri. Persone pronte a rendere più ostile il percorso, senza una ragione precisa. 

 

Chi entra da Lilith, sia chi è di semplice passaggio, sia chi è ormai residente fisso, sente tutto questo, e sono queste conferme a darmi ogni giorno l’energia per continuare. Un dono per me e per tutti coloro che come me lo hanno sognato, e al mio fianco lo rendono vero ogni giorno attraverso un profondo lavoro di ricerca. Mi sento portatrice di una grande responsabilità. A volte inciampo; a volte cado. Mi rialzo sempre. 

 

Io ho dato una forma, sì, ma sono gli occhi di chi capisce, che riempiono quella forma di sostanza.