© 2018 Percorsi Foto-sensibili di Silvia Bigi

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Non esiste nulla al mondo di più importante della luce. Ci ho messo molti anni a capirlo, a imparare a stupirmi come una bambina di fronte alle sue infinite espressioni. Anni fa, quando studiavo fotografia a Roma, mi prendevo alcuni pomeriggi per ricaricarmi dal caos cittadino scappando in quell'oasi verde che è Villa Pamphili. Elif, carissima amica e compagnia di studi, spesso veniva con me. Camminavamo per ore e più volte durante il percorso fermava i miei passi, puntava un dito tra le fronde e diceva: “guarda la luce”. Io fingevo di capire, ma non era vero. Non la vedevo. O meglio, vedevo la luce, ma non capivo perché stupirsi tanto per qualcosa di così quotidiano e naturale. Mi sembrava la stessa identica luce che avrei trovato un passo indietro, o un passo avanti. E invece oggi so che non é così. So che quella luce era unica e irripetibile e la mia amica lo sapeva. Riusciva a vedere oltre quella coltre di cinismo che ogni aspirante fotografo acquisisce - come uno dei tanti strumenti e requisiti - nel corso della propria formazione. Ci ho messo anni ad abbandonare quel cinismo e oggi uno dei miei principali obiettivi è fermare le persone per un braccio proprio come fece lei con me, farle concedere una pausa per far loro notare la luce.

 

A metà dell'800 l'uomo ha appreso, inventando una macchina che imprime tracce di luce, come fermare un istante dallo scorrere del tempo. Come racchiudere un frammento di quella bellezza in uno spazio circoscritto. Nonostante la magia che questa invenzione racchiude, con estrema rapidità siamo passati dall'averne timore all'esserne totalmente assuefatti e dipendenti. E ancora di più, oggi che quella magia si manifesta a impulsi elettronici, oggi che la materia si è persino fatta da parte lasciando spazio all'immagine pura e immateriale, pare che quella sacralità sia venuta totalmente a cadere. Siamo giunti a una moltitudine ingestibile di quei frammenti un tempo portatori di bellezza riproducibile. A ledere le leggi del tempo producendo una quantità incommensurabile di spazzatura visiva, di scarto tra la realtà impermanente e ciò che di essa rimane eterno.

 

Ho coniato un termine per definire quell'atto di appropriazione della luce cui tutti sembriamo non poter rinunciare. Ogni volta che scegliamo l'immagine anziché la vita, ogni volta che ci impossessiamo di quella luce e di quell'istante per farne un semplice trofeo personale, siamo cacciatori di luce.

 

I cacciatori di luce sono tutti coloro che di fronte a un tramonto indimenticabile scelgono di fotografarlo anziché guardarlo.

I cacciatori di luce sono coloro che impiegano una moltitudine di ore per cogliere la luce perfetta di un luogo magico già depraudato da altrettanti cacciatori di luce.

I cacciatori di luce sono tutti coloro che girano le strade e non percepiscono più le sfumature della pelle, il suono della voce, i profumi dei corpi e delle strade. Loro vedono solo fotografie. Quando non hanno con sé la macchina fotografica e qualcosa di insolito passa davanti ai loro occhi sentono di aver perso qualcosa. La verità è che perdono qualcosa ogni volta che scattano una fotografia.

I cacciatori di luce sono uomini e donne che posizionano i loro volti e i loro corpi alla presunta luce migliore, in cerca di un'immagine che nasconda le proprie irregolarità e imperfezioni, di un'immagine che sia il più possibile patinata e conforme alle grandi luci della moda e del cinema. Quei bellissimi fasci che fanno sembrare tutto così differente eppure tutto così naturale.

I cacciatori di luce sono tutti coloro che nella solitudine non riescono a stare e preferiscono raccogliersi nella flebile luce artificiale del loro telefono o del loro apparecchio fotografico.

 

I cacciatori di luce siamo tutti noi, ogni volta che rinunciamo al nostro diritto di stare nel flusso reale degli accadimenti. Abbiamo così paura del tempo che scorre, che preferiamo rimanere inconsapevoli: inconsapevoli del fatto che rinunciare ad uno scatto, spesso, è sinonimo di vivere.

I CACCIATORI DI LUCE