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nov 9

visionarietà

9 commenti

Modificato il: nov 10

 

Ciao, sono Eleonora, visionaria.

Torino, 2016. Il Piemonte è lontano da casa mia, è “dall’altra parte”.

Come ogni terra lontana non ha confini precisi e dimensioni reali.

E' l'idea che ci si fa.

 

Torino è Piemonte e Piemonte per me è Adriano Olivetti, un visionario, come me.

Giro senza meta nella periferia della città che ha incarnato l’industrializzazione italiana. Le tracce sono presenti, non occorre cercarle, ci inciampi se non fai attenzione. Come la ruggine sulle barche in rimessaggio, i siti industriali dismessi esercitano un potente fascino su di me: qualcosa che ha vissuto, che ha una storia da raccontare ed in quanto tale è viva. Sì, non è morta, è in stand-by. E' in attesa che qualcuno gli ridia vita. Ed ecco che incontro questo quartiere popolare di Torino, dove le vie hanno il nome di una provincia. Mi ritrovo in posizione privilegiata, in alto, di controllo, come piace a me.

Le immagini sotto riportano quanto ho visto in un percorso di 180° nel quale la struttura imponente e dominante ha mano a mano lasciato spazio all'essere umano, alla sua libera espressione, alla sua creatività. Un moto vitale di una bellezza impressionante.

E' l'idea che ci si fa.

 

"Cos'é questa fabbrica comunitaria? E' un luogo dove c'è giustizia e domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, e l'amore, la carità e la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso" - Le fabbriche di bene - A. Olivetti (1945-1951).

Eccola Adriano, affermo con vigore in un dialogo immaginario, questa è la Citta dell'Uomo che hai sognato di realizzare: una fabbrica senza pareti al servizio della Humana Civilitas!

E' l'idea che ci si fa.

L'ultimo scatto è la sintesi della speranza: le foglie autunnali cadute sono il lasciar andare di inutili orpelli. Rimane la luce, un bambino e i pilastri saldi nelle fondamenta. Quel che serve alla nostra società per ripartire.

 

Temi:

- un filo che unisce il passato (struttura dismessa), il presente (io e l'umanità ritratta) ed il futuro (i giovani che rappresentano il domani)

- la visionarietà intesa come il vedere ciò che vogliamo vedere attribuendo un significato alla realtà in modo che soddisfi un nostro bisogno. In questo caso la realizzazione dell'utopia olivettiana di un mondo del lavoro a misura di essere umano che sappia coniugare il progresso tecnico alla libertà degli individui

 

Titoli (sono in alto mare). Parole che navigano in testa al momento

A misura d’uomo

Sguardo personale condiviso

Vedere e vederci l'utopia

Fabbrica Umana

I pilastri Fondamentali (in positivo come contrapposizione al fondamentalismo con connotazione negativa)

 

p.s.: credo nella forza del gruppo, quindi ogni vostro input sarà il benvenuto, grazie

Eleonora

 

aggiornamento del 10/11/19

Riparto da Visionarietà, quella di Olivetti, la mia nell'osservare il panorama innanzi a me, e quella di Steve Jobs un simbolo della trasformazione radicale dell'industria. Rimangono i pilastri e le pareti trasparenti.

Titolo: THINK DIFFERENT

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

nov 9Ultima modifica: nov 9

ciao Eleonora,

 

benvenuta in Foto e Parola, per prima dopo la caduta della gallery :)))))

 

Amo molto nel tuo progetto l'idea di un parallelismo tra le idee rivoluzionarie di Olivetti (copiate oggi dalle più grandi aziende informatiche di Palo Alto) e i giovani e la città per come appaiono oggi.

Se posso darti un consiglio e uno spunto per la tua serie, io farei dei dittici, o comunque un alternanza di un'immagine che si riferisce all'ex Olivetti e una a fianco o subito seguente che si riferisce al presente , a ciò che nella città accade.

L'idea della tua progressione non è male, ma come ti accorgerai guardando la serie non è una vera progressione. Funzionerebbe, che ne so, se dall'azienda tu fossi andata a piedi per le periferie urbane per chilometri (fattibile? è andata così?), e avessi fotografato ciò che vedevi a distanza chilometrica fissa. Insomma, dandoti una regola, una regola che di conseguenza definirebbe il ritmo della tua serie. Così risulta un pò caotica e gironzolante, come poi tu stessa ammetti ;)

allora secondo me l'impostazione a dittico darebbe la possibilità alle immagini di dialogare meglio, con più struttura, e permetterebbe a te di utilizzare il materiale che possiedi nel modo migliore, magari creando associazioni di luci, di colori, di composizione ecc....

 

Venendo al titolo:

mentre leggevo la citazione di Olivetti mi hanno colpita le parole finali:

Non prive di senso

lui si riferiva ai concetti di amore, carità e tolleranza. Ma Tenere l'espressione 'non prive di senso' potrebbe aprire a molte riflessioni. Riflessioni sul passato e sul presente del nostro paese. Sul rapporto che abbiamo con la tecnologia. Sull'incontro fra idee rivoluzionarie e realtà.

 

Se no tra i titoli che ci proponi a me piacerebbe anche la parola UTOPIA. da sola.

oppure i Pilastri Fondamentali, ma è un titolo complesso. può funzionare ma dovrebbe essere spiegato a mio avviso molto bene nel testo, e ci dovrebbe essere molta chiarezza nelle intenzioni del suo utilizzo.

Secondo me Utopia stimola a una riflessione sul nostro Paese e su idee che purtroppo non ci sono più. O almeno non in questo strano presente. "Non prive di senso" invece porta più l'attenzione sul personaggio carismatico di Olivetti, mentre "i Pilastri Fondamentali" mettono in luce di più il tuo punto di vista sull'intera faccenda.

 

Cosa ne pensi Eleonora?

E voi tutti, cosa ne pensate?

 

Eccomi Silvia, intanto grazie.

io una progressione la vedo: dalla struttura grande e praticamente deserta fino al manifesto della Lettera 22 dove il posto prende vita con i ragazzi.

Ho già del materiale per i dittici a cui avevo pensato, ci rifletto.

Utopia rimanda a qualcosa che non si può verificare, invece io ho colto un messaggio di speranza: la fabbrica oggi convive con la comunità.

Le fabbriche di bene 3.0 (o forse 4.0)?

Eleonora

ciao @Eleonora! non intendo dire che non si percepisca un'intenzione di progressione, e certo, capisco che hai usato il manifesto come spartiacque fra una cosa e l'altra, ma le immagini sono poche per definire un 'capitolo uno' e un 'capitolo due', per strutturare la serie cosi come dici occorrerebbe forse tanto materiale , magari scattato nel tempo, in un'esplorazione come questa lo vedo troppo sintetico come discorso. E allora il fatto dei dittici renderebbe tutto più immediato e fresco.

 

Su Utopia sono d'accordo, allora perché non lasciare il titolo del tuo post, cioè visionarietà? oppure anche visione? è un concetto che sta alla base dei grandi cambiamenti.

 

7 giorni fa

@Silvia Bigi eccomi

Riparto da Visionarietà, quella di Olivetti, la mia nell'osservare il panorama innanzi a me, e quella di Steve Jobs un simbolo della trasformazione radicale dell'industria. Rimangono i pilastri e le pareti trasparenti.

Titolo: THINK DIFFERENT

6 giorni faUltima modifica: 6 giorni fa

@Eleonora Boarini l'inglese in questo caso secondo me non è necessario. Stiamo raccontando una storia italiana e credo sia il suo punto di massima forza. Think different è troppo già usato e già brandizzato. Io lo lascerei proprio così: visionarietà. Altrimenti come suggerisce @Laura anche Le fabbriche di bene.

ciao Eleonora, perché non usare la parola Stand-by? la usi in un primo passaggio della tua storia. un titolo che rimanda a qualcosa di momentaneamente sospeso che prima o poi ripartirà con tutto il suo bagaglio di "bene".

ciao Stefania, grazie per aver condiviso il tuo pensiero che mi ha permesso di fare un passo avanti nel mettere a fuoco quello che voglio raccontare. La mia personale Visione è che, rimanendo nella metafora, il tasto Play sia già stato ripigiato proprio nella direzione a suo tempo immaginata da Olivetti: nella fabbrica vive la Comunità.

 

Ciao @Eleonora Boarini , amo questo tipo di immagini, immagini che ritraggono paesaggi industriali e conosco il Parco Dora che trovo un luogo particolarmente affascinante di Torino. Tra i vari titoli che proponi e le riflessioni che hai condiviso forse Visionarietà è davvero il più calzante o eventualmente Le fabbriche di bene, secondo il titolo scelto da Olivetti stesso che comunque è il co-protagonista di questo racconto insieme a te.

7 giorni fa

Ciao @Eleonora, grazie di aver condiviso la serie che ha generato in me tanta voglia di conoscere Torino! Anche a me piace molto Utopia: ho visto da poco un programma su Olivetti, sapevo poco di lui e mi ha colpito molto proprio quello che menzioni, la sua visione del futuro. E qualcosa che rimandi alle città utopiche, ideali che si progettavano nel Rinascimento e nell'antichità? La butto lì :-)

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  • ...e comunque Luce Nelle mitologie, soprattutto indeuropee, la luce assume spesso un significato cosmogonico, che si esprime chiaramente in opposizione alle tenebre. Così nei miti vedici l'apparizione di Ushas, l'aurora, allude all'origine stessa del cosmo che emerge dal caos dell'oscurità. Sempre determinante è stata la parte della luce nella credenza dei popoli d'interesse etnologico, che alla luce lunare attribuiscono una potente influenza sulla vita vegetale; in particolare si pensa che la luce della Luna piena aiuti la crescita delle alghe e di altre piante marine, mentre quella del Sole in genere influenzi la vegetazione terrestre. Ho scelto questo titolo e descrivo il significato di luce nel senso mitologico, in quanto nella nostra vita, nelle nostre giornate il buio lo associamo a un aspetto negativo e ci instristisce. Ma se ci fermiamo ad osservarlo sicuramente troviamo un lato positivo quello della luce sia che essa sia naturale o artificiale, ci permette di vedere particolare che a luce piena non si noterebbe. Così nella vita per superare le difficoltà si deve cercare quella luce interiore che si fa risolvere le difficoltà... scoprendo nuova forza in noi.