© 2018 Percorsi Foto-sensibili di Silvia Bigi

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  • Ciao Silvia, ho scelto le 3 immagini. Non sono ancora convinta di questo taglio da 7 a 3... Dimmi tu. Ho inserito però un video dei vari passaggi e aumentato i nomi dell'ultima foto, inserendo caratteri di dimensioni diverse e su livelli diversi in modo tale da dare tridimensionalità al tutto. Volevo mettere delle voci di bambini come suono di sfondo ma non ci ho messo ancora mano :) Un abbraccio, Consuelo “Nel 2017, sulla stampa romena, viene pubblicato un appello disperato da parte di un medico e due infermiere dalla sezione pediatrica dell’Ospedale Santa Maria di Iasi: 57 mila bambini abbandonati (da un mese a due anni) hanno bisogno di genitori e di amore. «Non sono mai usciti dalla struttura, non hanno giocatoli, non ricevono affetto. Non possono stare seduti, né girarsi a la pancia in giù poiché il letto è troppo piccolo. Almeno 1000 bambini vengono abbandonati alla nascita ogni anno in tutto il Paese. E il sistema di protezione non regge: nessun bambino sfortunato come loro dovrebbe stare così a lungo immobilizzato in un ospedale». Tra i bambini vittime delle guerre, dell’indifferenza, degli abusi, ci sono anche i bambini abbandonati, i bambini degli orfanotrofi, i bimbi "istituzionalizzati".  I bambini abbandonati dai propri genitori non potranno mai capire perché sono stati abbandonati. La Romania è il primo Paese dell’Unione Europea per casi di abbandono: dei 57mila bambini abbandonati, 20mila vivono negli orfanotrofi, altri 37mila sono affidati a famiglie. Tra le principali cause dell’abbandono c’è la negligenza, una parola difficile da associare a uno dei periodi più belli della vita di un genitore. /ne·ġli·gèn·za/ sostantivo femminile Atteggiamento passivo e colposo nei confronti di obblighi o doveri, dovuto a pigrizia o insensibilità. Grave disattenzione o dimenticanza. Partendo da una riflessione sulla parola "negligenza", e dal connotato così terribile che assume quando si tratta di un figlio, ho utilizzato un bambolotto come metafora del bambino che sparisce alla vista di una madre, o di un padre, fino all’abbandono.
  • Per questa esercitazione ho provato a rileggere un lavoro leggero su murales e parchi di Faenza (Faenza tra verde e street art), estraendo alcune foto che mi avevano allora lasciato la sensazione di essere espressione di incubi vissuti dai giovani “artisti”. Ho cercato di fare miei quegli incubi e di darne un senso diverso, più drammatico e riflessivo, rispetto alla prima lettura, sulla base anche della provocazione, letta come segno di speranza, di Markku Envall: “ La vita è un sogno? Se fosse un incubo avrebbe una fine felice. Il risveglio ”. In alternativa alla sequenza il filmato
  • Buonasera Silvia! Scusa per il ritardo... Ho scelto di lavorare su una serie che già avevo perchè realizzare nuove foto in questo momento mi risulta piuttosto difficile. Sono fotografie realizzate a Londra ad agosto e che in un primo momento, condividendole, ho chiamato "London calling" (titolo di un pezzo dei Clash). Avevo dato per lo più titoli inglesi perchè lavorandole mi erano venuti in mente frammenti di cose lette. Per esempio l'uomo seduto era "Lonely/lone/alone" che in inglese assume sfumature diverse; gli operai "One way"; la donna non aveva titolo; la statua in cammino era "Passo muto". Vedendo il materiale che hai proposto questa settimana ho provato a realizzare delle cornici e il titolo che avevo pensato per la serie era "Come sarebbe se...", immaginando cosa stessero pensando le persone ritratte; ho pensato, però, che l'inglese "What if..." nella sua sintesi estrema potrebbe suonare meglio e ho provato ad attribuire titoli inglesi che ho riportato sulla cornice della foto. Buona serata!