Non credo di aver avuto alternative: dovevo fotografare mia madre. In questo periodo lei riempie i miei pensieri. Compiuti novant’anni, dopo tre cadute, ha avuto un crollo repentino e ora non è più autosufficiente. Osservo il suo declino e continuo a stupirmi, nonostante io sia pienamente consapevole del fatto che questo momento doveva arrivare. Ho combattuto a lungo contro tutto ciò, ma ora ho capito che devo accogliere gli attimi che posso ancora condividere con lei. Voglio essere presente. Sono adulta. Voglio capire. Osservo il suo mondo rimpicciolirsi giorno per giorno e diventare impenetrabile. Le cose dimenticate. Le parole svanite. Le ore inanellate di giorni sempre uguali. Il sonno. Cosa abbiamo ora in comune? Possiamo condividere questa dimensione sospesa e impalpabile dove la vita si rifugia per riposarsi? 

Il suo occhio nero è stato il punto di partenza. I colori brillanti e bellissimi e la forma così definita di cerchio compiuto. Mi ha fatto pensare alla circolarità delle esperienze della vita. Ai fondali marini. Ai frattali. La coscienza e i suoi anfratti ombrosi e quanto viene ingoiato senza mai vedere la luce. Presenza e ricordo. I fiori e il loro appassire. Il suo sguardo è terribile, lontano, sofferto e remoto. Le mani. Cerco un contatto. 

 

Ho recuperato una lettera che mi aveva scritto la prima volta che mi sono allontanata da casa da sola per un mese, avevo una terribile nostalgia. Non sapevo di essere così legata a lei. Poi ho certe foto di lei giovane, piena di speranze per la vita. La tenerezza mi ha sopraffatta. Mi sembra di osservarla dal buco di una serratura. Mi sembra di essere indiscreta, ora che lei è così fragile e indifesa.